ITINERARIA MEMORIAE
18 Settembre - 7 Novembre 2025
Galleria La Nica, Roma
Testo critico di Maria Vittoria Marchetta
"Ogni luogo visitato lascia un'impronta. Ogni corpo trattiene
tracce invisibili di ciò che ha attraversato."
Ogni spazio che attraversiamo ci cambia. A volte lo percepiamo
subito, altre volte lo scopriamo più tardi, in un odore familiare,
in una luce che ritorna, in un suono confuso. I luoghi ci
attraversano quanto noi attraversiamo loro, imprimendosi sulla
pelle, nello sguardo, nella postura che assumiamo davanti al
mondo.
Il corpo conserva tutto, non dimentica ciò che la mente a volte
sembra lasciar andare e silenziosamente custodisce emozioni
vissute, paesaggi incontrati, impressioni sopite. È un archivio
sensibile, stratificato, mutevole. Ogni sua piega contiene
qualcosa che è passato ma che ancora abita.
Così camminiamo, portando con noi luoghi che non vediamo più, ma
che sono diventati parte del nostro modo di sentire. Ogni corpo è
una mappa ed ogni mappa un intreccio di ricordi pulsanti sotto la
pelle e nella memoria.
Da sempre interessato alla dicotomia tra uomo e natura, così come
alla fragilità e transitorietà dell'esistenza umana, Lorenzo
Gramaccia (Ancona, 1992) nel suo nuovo ciclo di opere sembra
proprio riflettere sull'idea che la memoria non sia solo un fatto
mentale, ma un'esperienza che si inscrive nei luoghi e si deposita
nei corpi.
"Itineraria Memoriae" nasce da questa consapevolezza e si sviluppa
come un percorso visivo e sensibile in cui paesaggio e corpo si
sovrappongono, si intrecciano e si dissolvono in un racconto che
parla di memoria collettiva quanto di intimità.
Il titolo richiama un'antica suggestione: le Itineraria romane,
quei registri di percorsi e distanze che guidavano i viaggiatori
attraverso le città e le strade dell'Impero. Erano strumenti di
orientamento, ma anche registri del movimento e della relazione
tra corpo e spazio.
Come i viaggiatori del Grand Tour, che attraversavano l'Europa
alla ricerca di meraviglia e conoscenza annotando nei loro diari
impressioni, vedute, incontri e stati d'animo, anche Gramaccia nei
suoi tanti viaggi raccoglie le tracce delle proprie esperienze, ma
una volta tornato a casa, nell'intimità del ricordare, per
elaborare le sue opere non si limita a narrare, sovrappone, non
descrive, evoca.
Il risultato sono diari visivi in cui i paesaggi attraversati si
fondono con il corpo che li ha vissuti. L'artista recupera così
l'idea dell'itinerario, ma lo scopo non è proporre una cartografia
del reale, quanto offrirci un viaggio nelle mappe della memoria,
nei luoghi vissuti non solo fisicamente ma anche interiormente,
emotivamente; percorsi – questi – che non si misurano in
chilometri ma in stratificazioni sensoriali e visive profondamente
intime.
E se i giovani gran turisti del passato trasformavano l'esperienza
in racconto, Gramaccia trasforma il ricordo in visione.
Come scriveva Walter Benjamin: «Ciò che conta, per l'autore che
ricorda, non è ciò che ha vissuto, ma l'intreccio della sua
memoria, il lavoro di Penelope del ricordo. O si dovrebbe
piuttosto chiamarlo il lavoro di Penelope dell'oblio?»
In questo senso, l'opera di Gramaccia non è documentazione, ma
sedimentazione: una tessitura di presenze e assenze che emergono e
spariscono improvvisamente e che, come trama e ordito, si
intrecciano fino a diventare immagine.
Le opere non offrono mai una visione univoca, in esse la memoria è
frammentata. Paesaggi urbani e naturali, scorci di città, rilievi,
cieli densi e architetture sospese si fondono con tracce corporee
che affiorano come apparizioni. In questo incontro, il corpo
diventa territorio e il paesaggio si fa carne.
Questa estetica della sovrapposizione ha anche una radice tecnica
precisa. Dopo la formazione accademica in Pittura presso
l'Accademia di Belle Arti di Roma, Gramaccia ha scelto nel 2020 di
aprirsi all'universo digitale, esplorando nuovi linguaggi
attraverso software di digital painting e layering.
La sua pratica non tradisce la pittura, ma ne trasferisce
l'essenza in un linguaggio fatto di velature e trasparenze. Il
layering digitale diventa così non solo uno strumento compositivo,
ma una metafora della memoria: ogni livello è una traccia, un
deposito di tempo e di sensazioni.
Le immagini, nel loro continuo farsi e disfarsi, raccontano
l'instabilità del ricordo, la fragilità dell'identità e la
tensione tra permanenza e transitorietà.
In questo ultimo ciclo di opere Lorenzo Gramaccia esplora altresì
l'ibridazione del corpo con l'ambiente e la tecnologia,
riflettendo la trasformazione profonda che attraversa il nostro
tempo. Questa trasformazione si innesta su una crisi diffusa:
«Le nuove generazioni mi sembrano spesso prive delle certezze di
un tempo – la fede, un lavoro stabile, una famiglia solida – e si
ritrovano sospese in un presente incerto. A questo si aggiunge la
solitudine, amplificata dai social. È un paesaggio interiore
fragile, frammentato, pieno di inquietudine.
Eppure, nelle mie opere, il corpo che si fonde con il paesaggio
non è solo ferita o frattura: è anche possibilità di
riconciliazione. Io penso che la natura custodisca un tempo
diverso, più umano, che può opporsi all'accelerazione continua e
all'iperconnessione digitale. Il paesaggio, fuso al corpo, diventa
così mappa delle crisi contemporanee, ma allo stesso tempo spazio
di armonia, un luogo dove riscoprire un respiro più lento,
autentico, necessario.»
Lorenzo Gramaccia ci vuole suggerire che la memoria è uno spazio
dinamico e che il viaggio non va inteso solo come spostamento
fisico verso una meta, ma soprattutto come attraversamento
interiore.
Come nelle antiche Itineraria, nelle opere di Gramaccia ci si
muove da un punto all'altro, ma qui non contano distanze, né
servono coordinate. Basta lasciarsi attraversare.
Testo critico di Pietro Roccasecca
Lorenzo Gramaccia espone una serie di digital painting:
elaborazioni grafiche e pittoriche di fotografie stampate, su una
pregiata carta Hahnemühle e finite da sottili interventi grafici
manuali.
Lorenzo è un classico per formazione e inclinazione naturale ma
non per questo è estraneo al suo tempo: si forma come artista
presso l'Accademia di Belle Arti di Roma, segue i corsi della
scuola di Pittura e si distingue per il suo disegno, per il suo
talento grafico e pittorico vince premi e concorsi. Disegna in
grafite e sperimenta tecniche antiche come le punte metalliche: i
Musei Vaticani conservano alcuni suoi disegni. Tuttavia
l'attitudine alla ricerca e il desiderio di sperimentare e di non
lasciare inesplorata alcuna strada, spingono Lorenzo a
confrontarsi con il disegno digitale e la fotografia.
Le opere in mostra sono lo stato attuale della sua ricerca grafica
e, conoscendolo, intuiamo che è solo una tappa della sua
investigazione nel territorio dell'arte visiva. Tuttavia, la
scelta di concentrarsi sulla fotografia e la pittura digitale,
riducendo il disegno analogico a interventi di finitura è stata un
punto di svolta: criticata dai cultori della tradizione che alzano
il sopracciglio davanti all'abbandono dell'analogico e alla
perdita dell'aura della mano d'artista e dai fautori delle nuove
tecnologie che storcono il naso davanti alla composizione
controllata e intimamente disegnata dell'opera.
Queste critiche sono apparenti e inessenziali: le tecniche sono
cambiate molte volte e l'introduzione del disegno digitale è
paragonabile a quella della carta alcuni secoli fa. Nessuno dei
grandi artisti del tempo s'intestardì con la pergamena, e tutti
sperimentarono i nuovi media a loro disposizione. I nostri
contemporanei fanno lo stesso con il digitale, le funzioni delle
applicazioni digitali riproducono i passaggi tecnici del disegno
analogico, consentendo di risparmiare tempo. La qualità dell'opera
arte non si misura dalla fatica necessaria a eseguirla.
Analogico o digitale che sia, il processo grafico e compositivo di
Lorenzo non cambia, avviene sempre per statificazioni. Se qualcosa
si perde nel passaggio da analogico a digitale è la cancellatura,
che, come ci insegna William Kentridge, appartiene a pieno titolo
al disegno.
L'opera di Gramaccia è caratterizzata dallo studio del corpo
umano, che è quasi un tabù dell'arte contemporanea: disegnare dal
vero un corpo umano ti qualifica come accademico passatista, punto
e basta. Tuttavia l'arte contemporanea ha diversi filoni di
approccio al corpo, ad esempio i miei favoriti: James G. Ballard,
che negli anni Settanta ne La mostra delle atrocità e poi in Crash
ha esplorato la compenetrazione del corpo con le macchine; oppure
la condivisibile ribellione della New Body Art all'uso mercificato
del corpo femminile che la nostra società patriarcale giustifica e
consente. Ancora, le mutazioni chirurgiche di Orlan.
Lorenzo nella presente mostra indaga il corpo umano per parti, si
tratta certo di metonimia: una parte per il tutto; ma v'intravedo
anche una lezione della retorica ciceroniana: nessun corpo umano
ha in sé tutte le sue membra belle ma può essere dotato di una
parte di bellezza. Alla ricerca della perfezione Zeusis scelse le
cinque fanciulle più belle di Crotone da cui selezionò singole
membra riassemblate in un ritratto di Elena. Lorenzo è un nostro
contemporaneo e non ricompone le membra alla ricerca di una
bellezza che neanche la natura può permettersi di raggiungere e
solo l'arte può conquistare.
Nei lavori presentati in mostra, le membra umane rimangono
frammentarie e non sempre riconoscibili a prima vista, sono forme
quasi enigmatiche cui sono associati paesaggi naturali e
antropizzati. Gramaccia non cerca il bello ma indaga la memoria di
luoghi emblematici del pianeta che ha visitato. "Gramaccia nei
suoi tanti viaggi raccoglie le tracce delle proprie esperienze"
scrive la curatrice della mostra Maria Vittoria Marchetta "ma una
volta tornato a casa nell'intimità del ricordare non si limita a
narrare, sovrappone, non descrive evoca".
La dominante cromatica delle opere è costituita dalla coppia quasi
complementare di ocra caldo e azzurro denso e luminoso, che
Lorenzo ha adottato al ritorno da un viaggio nel deserto del Wadi
Rum, ma li adopera spesso in posizione invertita: i cieli sono
ocra e i paesaggi azzurri: trasformando i frammenti umani in
scenari lunari e i paesaggi emblematici in evanescenti vibrazioni
di colore luce.
I colori del deserto, vestono le forme umane accentuando il
confronto, il paragone, delle membra umane con le orografie dei
paesaggi naturali e degli skyline delle metropoli che si
stratificano nell'immagine. Il quadro diventa un luogo della
memoria, come nella mnemotecnica antica e rinascimentale in cui si
associavano i ricordi in luoghi di un palazzo immaginario. Nelle
opere di Lorenzo luoghi e corpi si associano per accostamento e
somiglianza dei valori morfologici delle forme e i corpi chiamano
alla memoria i luoghi e viceversa.
"Avevo davanti la maestosità del Morro Dois Irmãos, ma la mia
mente disegnava te" scrive Gramaccia in una breve lirica che
accompagna l'opera "Saudade", svelando così il processo
d'invenzione delle opere in mostra.
Per Lorenzo il disegno è un'attività mentale, non (solo)
un'operazione manuale: il disegno è pensiero, è logos, è discorso
poetico. Disegnare, fotografare comporre in strati evocativi
quello che si ha davanti agli occhi della mente, non riproduce il
visibile. È un atto poetico che parla il linguaggio dei sogni e
attiva in chi guarda il pensiero non verbale.
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